Capitolo 2
La valutazione delle rimanenze di magazzino

1. La valutazione delle rimanenze secondo la logica economica

1.1. Considerazioni preliminari

La necessità di dare un valore alle giacenze di magazzino è conseguenza della suddivisione dell'intera ed unitaria attività dell'impresa in molteplici periodi amministrativi, operata al fine di addivenire a periodiche determinazioni dei risultati economici della gestione aziendale.
Il processo produttivo, infatti, è composto da una serie continua di cicli tecnici che prevedono la trasformazione dei fattori produttivi acquistati dall'impresa in prodotti finiti.
Tali cicli difficilmente coincidono con il periodo amministrativo per cui, al termine dell'esercizio, possono residuare materie non ancora utilizzate, prodotti in corso di lavorazione e prodotti ultimati ma non ancora venduti.
Per determinare il risultato economico dell'esercizio, facendo sì che i costi di acquisto e di trasformazione trovino correlazione con i ricavi di vendita, è dunque necessario operare una scrittura di assestamento ed iscrivere tra i componenti positivi di reddito il valore delle rimanenze finali di magazzino, con contropartita alle attività dello stato patrimoniale.
Alla fine di ogni periodo amministrativo occorre quindi procedere all'inventario delle materie fisicamente disponibili nei magazzini e nei depositi utilizzati dall'azienda, individuare il valore unitario di ogni singolo bene e quindi, moltiplicando quest'ultimo per le quantità in giacenza, definire l'entità della congettura da iscrivere in bilancio.

La classificazione delle rimanenze di magazzino

I beni che formano oggetto di valutazione al fine del calcolo del valore delle rimanenze di magazzino possono essere così classificati: materie prime, sussidiarie e di consumo; prodotti in corso di lavorazione e semilavorati; prodotti finiti e merci; lavori in corso su ordinazione. La terminologia adottata permette di individuare categorie omogenee di beni che concorrono alla formazione del risultato economico in relazione al loro utilizzo nell'ambito del processo produttivo:

  • le materie prime sono beni destinati ad essere fisicamente incorporati nel prodotto finito oggetto della produzione dell'impresa;
  • le materie sussidiarie sono necessarie alla predisposizione del prodotto finito, pur non facendo parte dello stesso;
  • le materie di consumo sono destinate ad essere consumate nel corso della lavorazione;
  • i prodotti semilavorati sono destinati ad essere incorporati nel prodotto finito, ma possono essere oggetto di autonome trattative commerciali avendo acquisito, seppur allo stato grezzo, una precisa individualità;
  • i prodotti in corso di lavorazione sono prodotti finiti non ancora ultimati che, nello stato in cui si trovano, non possono essere oggetto di trattative commerciali;
  • i prodotti finiti sono i manufatti ultimati dall'impresa;
  • le merci sono i prodotti commercializzati dall'impresa.

Costituiscono invece categoria a sé stante i lavori in corso su ordinazione, cioè le commesse costruite secondo le specifiche richieste del cliente, per le quali è stato firmato un contratto di vendita. Tale categoria, essendo caratterizzata da particolari criteri valutativi, verrà trattata distintamente nel prosieguo dell'analisi.


1.2. I criteri di valutazione

In presenza di prodotti in rimanenza, per correlare costi e ricavi e determinare il risultato economico di competenza dell'esercizio, è possibile seguire differenti criteri:

  1. anticipare i ricavi di vendita che hanno manifestazione futura;
  2. suddividere il risultato economico in corso di formazione tra l'esercizio in chiusura e quello successivo;
  3. trasferire all'esercizio successivo i costi sostenuti in passato.

Mentre quest'ultimo criterio è applicabile a tutte le categorie di rimanenze in precedenza elencate, i primi due sono utilizzabili esclusivamente per la valutazione dei prodotti finiti, dei semilavorati di produzione e dei beni in corso di lavorazione.
Per approfondire le logiche sottostanti i criteri appena menzionati, si ritiene opportuno fare riferimento ad un semplice esempio numerico volto a determinare, nelle diverse ipotesi, il valore unitario di un prodotto finito giacente in magazzino.
Si ipotizzi di procedere alla valutazione delle rimanenze finali in una azienda che produce un unico bene, per la cui realizzazione sono stati sostenuti costi di acquisto per Lit. 500 e costi di trasformazione per Lit. 300;
si ipotizzi altresì di vendere il bene nell'esercizio t1 al prezzo previsto di Lit. 1.400, dopo aver sostenuto costi di vendita per Lit. 200.
Riepiloghiamo i dati noti all'azienda alla chiusura dell'esercizio t0:

Prezzo presunto di vendita: 1.400
Costi di acquisto sostenuti nell'esercizio t0: 500
Costi di trasformazione sostenuti nell'esercizio t0: 300
Costi di vendita da sostenere nell'esercizio t1: 200

a) La valutazione delle rimanenze intesa quale anticipazione di ricavi di vendita

Secondo questo criterio, i prodotti giacenti in magazzino sono considerati al pari di merce venduta, ma non ancora consegnata, il cui valore è uguale al ricavo presunto, al netto dei costi di futuro sostenimento (costi di vendita):



Valutando le rimanenze in tal modo, si integra il valore delle eventuali vendite già contabilizzate, con la conseguenza di anticipare all'esercizio in chiusura tutto l'utile della combinazione produttiva in corso di svolgimento.
A dimostrazione di questo assunto, si analizzi l'impatto di questo metodo di valutazione sul risultato economico dei due esercizi interessati (t0 e t1):



E' opportuno notare che il criterio in oggetto non rispetta il principio della competenza, perché non suddivide il risultato economico dei processi produttivi in corso di ultimazione tra i due esercizi a cavallo dei quali essi si pongono.
La valutazione delle rimanenze al ricavo netto presunto non rispetta nemmeno il principio della prudenza, perché contabilizza utili non ancora realizzati, di incerta e futura manifestazione.

Questo approccio alla valutazione delle rimanenze è dunque da considerarsi errato.

b) La valutazione delle rimanenze intesa quale scissione di un risultato in corso di formazione

Questo criterio si propone di suddividere il risultato economico della combinazione produttiva non ancora ultimata tra i due esercizi a cavallo dei quali essa si colloca. Per applicare questo metodo di valutazione è necessario:

  1. calcolare il risultato economico in corso di formazione;
  2. stabilire in quanta parte esso sia di competenza dell'esercizio in chiusura;
  3. sommare la quota di utile' di competenza ai costi sostenuti nell'esercizio.

1. Il risultato economico in corso di formazione è pari alla differenza tra il ricavo presunto ed i costi imputabili al prodotto (costi sostenuti e da sostenere). Con riferimento ai dati del nostro esempio esso è pari a:



2. La ripartizione del risultato in corso di formazione deve rispecchiare lo stato di avanzamento del processo produttivo.
A tal fine è possibile utilizzare parametri tecnici specifici dei beni oggetto della produzione dell'impresa, oppure utilizzare indicatori percentuali sintetici, ad esempio rapportando i costi sostenuti ai costi totali.
Nell'esempio da noi utilizzato, non disponendo di altre informazioni se non quelle in precedenza menzionate, lo stato di avanzamento del processo produttivo può essere calcolato nel modo seguente:



Poiché i costi sostenuti sono pari all'80% dei costi totali, lo stato di avanzamento del processo produttivo può essere ritenuto pari a questo valore percentuale; all'esercizio in chiusura può dunque addossarsi una quota pari all'80% dell'utile in corso di formazione.


3. Per calcolare il valore unitario delle rimanenze, infine, occorre sommare ai costi sostenuti la quota parte di utile in formazione di competenza dell'esercizio:



Secondo logica economica questo criterio di valutazione rispetta meglio di ogni altro il principio di competenza, poiché permette di ripartire il risultato economico in corso di formazione tra i due esercizi interessati dalla combinazione produttiva che non ha ancora avuto completamento:



Il risultato dell'operazione viene riconosciuto per l'80% all'esercizio t0 e per la parte restante all'esercizio t1.
Questo criterio di valutazione ha pregi e limiti; il pregio è quello di riflettere la reale natura delle rimanenze, espressione di processi produttivi a cavallo tra due esercizi; il limite è quello di ricorrere ad ipotesi di ripartizione del risultato in corso di formazione che, spesso, non sono né oggettive né facilmente determinabili.
Inoltre il metodo in oggetto non rispetta il principio della prudenza, poiché contabilizza utili che ancora non hanno avuto effettiva manifestazione.

c) La valutazione delle rimanenze intesa quale rinvio all'esercizio futuro di costi già sostenuti

Secondo questo criterio di valutazione, i costi sostenuti nell'esercizio, che non hanno riferimento ai ricavi in esso contabilizzati, vengono rinviati all'esercizio futuro.
La valutazione al costo, con riferimento ai dati del nostro esempio, è la seguente:



Secondo questo metodo di valutazione, l'intero risultato della combinazione produttiva in via di completamento viene riconosciuto all'esercizio in cui i ricavi sono effettivamente conseguiti:



Tale criterio, pur non rispettando appieno il principio della competenza economica, si giustifica perché esclude dalla valutazione delle rimanenze ogni previsione inerente il futuro svolgimento del processo produttivo, e perché permette di rispettare il principio della prudenza. Infatti, valutando le rimanenze al costo, si rinvia la contabilizzazione di un componente positivo di reddito incerto e di futura manifestazione.


1.3 Il trade-off tra prudenza e competenza

Mentre il metodo del risultato in corso di formazione privilegia su ogni altro il principio della competenza, il metodo dei costo antepone a quest'ultimo quello della prudenza.
Il metodo del ricavo netto presunto. nella ipotesi fin qui sviluppata, non rispetta né l'uno né l'altro principio.



Da quanto esposto emerge che la scelta del criterio di valutazione delle rimanenze, tramite cui si correlano costi e ricavi, si risolve nella scelta tra privilegiare il principio della prudenza o quello della competenza.

E' opportuno sottolineare che le considerazioni sin qui svolte appaiono vere solo in presenza di un risultato in corso di formazione positivo.

Infatti, qualora i costi siano superiori ai ricavi, per rispettare il principio della prudenza, occorre anticipare all'esercizio in chiusura l'intera perdita in corso di formazione, cioè valutare le rimanenze secondo il metodo del ricavo netto presunto.
Si riprenda l'esempio svolto nel paragrafo precedente, apportando le seguenti modifiche:



In questo caso, infatti, valutando le rimanenze al costo sostenuto (800) si rinvia all'esercizio successivo la perdita in corso di formazione:



mentre, valutando le rimanenze al ricavo netto presunto



Si anticipa all'esercizio in chiusura il risultato economico negativo in corso di formazione:



In presenza di risultati economici in corso di formazione di segno negativo, dunque, il metodo del ricavo netto presunto rispetta meglio del precedente il principio di prudenza.

Pertanto, alla luce di quanto esposto e con riguardo al caso in oggetto, i tre criteri di valutazione si rapportano ai principi di competenza e prudenza nel modo seguente:



Possiamo dunque concludere che la scelta del metodo da utilizzare per la valutazione delle giacenze di magazzino dipende dagli scopi per cui tale valutazione viene compiuta.

La dottrina economico-aziendale, orientata alla determinazione di risultati di periodo non piegati a particolari finalità - se non quella di addivenire ad una rappresentazione idealmente corretta dei fenomeni osservati - tende a privilegiare il criterio della scissione dei margine in corso di formazione. Tale criterio appare infatti come il più equilibrato da un punto di vista concettuale.

Il legislatore civile mira invece a tutelare l'affidamento dei terzi ed enfatizza pertanto l'osservanza del postulato della prudenza.
Nel bilancio destinato a pubblicazione, il Codice Civile richiede che la valutazione emerga dal confronto fra il costo ed il ricavo netto presunto, al fine di non evidenziare in bilancio i risultati positivi non ancora conseguiti e, in caso di perdite, anticipare all'esercizio in chiusura l'intero risultato in formazione.


1.4. La deterininazione dei costi di prodotto ai fini della valutazione delle rimanenze

A prescindere dal metodo di valutazione prescelto (costo o scissione del risultato in formazione) è opportuno ora riflettere sulle modalità di calcolo del costo delle materie in giacenza.
La valutazione delle rimanenze, infatti, richiede la preventiva risoluzione dei seguenti problemi:

  1. scegliere una opportuna configurazione di costo;
  2. individuare un metodo di calcolo dei costi.

Le considerazioni che faremo emergere in questo paragrafo, soprattutto se riferite alla valutazione delle rimanenze secondo il metodo del costo, permettono di comprendere l'impatto che tale processo valutativo riveste sul risultato economico degli esercizi da esso interessati.

a.La scelta di una configurazione di costo.

Ai fini del calcolo delle rimanenze, il costo di un bene è dato dal totale dei costi sostenuti per disporre del bene stesso nelle condizioni e nel luogo in cui esso si trova.

In prima approssimazione esistono tre categorie di costi:

  • i costi di acquisto o di produzione;
  • i costi generali amministrativi;
  • i costi di vendita e distribuzione.

I primi sono senza alcun dubbio imputabili alle materie in giacenza.
I secondi sono invece solitamente esclusi dalla valutazione a causa delle relazioni indirette ed incerte che li legano al singolo bene.
I terzi, invece, vanno sempre esclusi dalla valutazione delle rimanenze poiché trattasi di costi ancora da sostenere, che nulla hanno a che vedere con la determinazione del valore da assegnare alle materie in giacenza presso i magazzini dell'impresa.

Possiamo dunque affermare che le rimanenze di merci, materie prime, sussidiarie e semilavorati acquistati da terzi, vanno valutate al costo di acquisto, mentre quelle di prodotti finiti, semilavorati di produzione e prodotti in corso di lavorazione al costo di produzione.

Il costo di acquisto è dato dalla somma del prezzo d'acquisto e di oneri accessori, quali ad esempio spese di sdoganamento, di trasporto, di imballaggio, eccetera. Tale configurazione di costo è di facile determinazione e non pone particolari problemi di calcolo.

Il costo di produzione, al contrario, è il risultato della somma di differenti tipi di costo, alcuni dei quali, definiti costi variabili industriali, variano al variare dei volumi di produzione, mentre altri, i costi fissi industriali, restano invariati nel loro importo complessivo, entro predefiniti livelli di capacità produttiva.
Inoltre il calcolo del costo di produzione può avvenire sia facendo riferimento alle condizioni in cui effettivamente si è svolta l'attività produttiva, sia riferendosi a condizioni di efficienza standard calcolate sulla base di uno svolgimento "ottimale" dell'attività.

Per definire il costo di produzione è dunque necessario rispondere ai due seguenti interrogativi:

  1. Il costo unitario deve considerare solo i costi variabili o tenere conto anche dei costi fissi industriali?
  2. Una volta operata la scelta, il costo individuato deve essere effettivo o riferirsi a standard produttivi?

Il combinarsi delle risposte a queste domande permette di individuare molteplici configurazioni di costo delle materie in rimanenza, col risultato di influenzare differentemente il risultato economico del periodo.

a. 1. La scelta tra costo variabile e costo pieno

La configurazione di costo da adottare è variabile se nel calcolo del costo unitario si considerano i soli costi variabili di trasformazione (quali, ad esempio, le materie prime impiegate, l'energia elettrica consumata, la mano d'opera diretta, e così via), mentre è piena se si includono, utilizzando opportune basi di ripartizione, anche i costi fissi di trasformazione (quali, ad esempio, l'affitto dello stabilimento, gli ammortamenti, gli stipendi del capo reparto, e via dicendo).

Si rifletta su quali sono gli effetti della scelta dell'uno o dell'altro criterio sul risultato economico dell'esercizio.

Se si sceglie una configurazione a costo variabile, tramite la contabilizzazione delle rimanenze di prodotti finiti o semilavorati, si trasferiscono all'esercizio successivo i soli costi variabili, lasciando a carico dell'esercizio in chiusura i costi fissi; la scelta del criterio opposto porta invece a "premiare" l'esercizio in chiusura, trasferendo a quello successivo, oltre ai costi variabili, la parte di costi fissi inclusa nel valore dei prodotti in rimanenza.
Si può dunque affermare che il primo criterio penalizza l'esercizio in chiusura, avvantaggiando quello successivo.

Le critiche che si possono muovere al criterio dei costo pieno sono riassumibili nelle tre seguenti:

  1. i costi fissi sono costi di periodo che l'impresa avrebbe comunque sostenuto e che pertanto vanno imputati totalmente all'esercizio in chiusura;
  2. la loro attribuzione è spesso arbitraria poiché si basa su ipotesi di 1 ripartizione non sempre oggettivamente verificabili;
  3. la valutazione a costo pieno fa dipendere il valore delle rimanenze, e quindi il risultato economico dell'esercizio, dal volume di produzione effettuato.

Soffermiamoci su quest'ultimo aspetto che assume rilevanza sostanziale.
I costi fissi industriali sono solitamente imputati all'unità di prodotto sulla base di parametri che sono espressione dell'andamento della produzione (materie prime consumate, ore lavorate, quantità prodotte, e così via).
Se, a parità di costi fissi totali, i volumi di produzione variano sensibilmente, anche il costo fisso per unità di prodotto subirà identica sorte; ne consegue che il costo pieno unitario di prodotto, e di conseguenza il valore delle rimanenze risulta dipendente dai volumi di produzione svolti nel periodo.

In risposta a tali argomentazioni, a difesa del criterio "a costo pieno", è possibile osservare che solo tale configurazione è reale espressione del costo di prodotto, e che questo giustifica la sua scelta, al di là delle difficoltà tecniche di imputazione dei costi fissi alle unità di prodotto.
In aggiunta a ciò la valutazione a costo pieno evita di sottovalutare il magazzino (situazione che invece caratterizza la valutazione delle rimanenze a costo variabile), permettendo una rappresentazione veritiera del patrimonio aziendale.

Rafforziamo i concetti appena esposti con un semplice esempio numerico, riferito ad una azienda al suo primo anno di attività (cioè in assenza di rimanenze iniziali), nell'ipotesi di valutare il magazzino con il metodo del costo.

Si supponga di disporre dei seguenti dati, riferiti ad un ipotetico prodotto finito:

a) costo variabile unitario Lit.5.000
b) costi fissi industriali annui Lit.40.000.000
c) pezzi prodotti neIl'anno n.10.000
d) ricavo unitario Lit.15.000
e) pezzi in giacenza n.1.000


Se le rimanenze di magazzino sono valutate a costo variabile, il loro valore risulta pari a 5 milioni di lire (1.000 pezzi moltiplicati per un costo unitario di Lit. 5.000) ed il conto econoinico si presenta così articolato (i dati sono espressi in milioni di lire):



Se invece si opta per una configurazione a costo pieno industriale, il valore unitario delle rimanenze finali è calcolato sommando al costi variabili unitari una quota di costi fissi, ottenuta rapportando il costo fisso totale al numero di pezzi prodotti.
Il valore delle rimanenze è perciò uguale a:

n. pezzi in giacenza x [costo variabile unit. + (costi fissi 1 n. pezzi prodotti)]

cioè:

1.000 x [5.000 + (40.000.000 / 10.000)1] = Lit. 9.000.000

Il conto economico viene perciò a configurarsi nel modo seguente:



La configurazione a costo pieno porta dunque ad ottenere un risultato economico superiore.
Ipotizziamo ora che i pezzi prodotti non siano 10.000, ma 12.500 a parità di altre condizioni (si è venduta più merce ad un prezzo unitario più basso).
Il valore delle rimanenze calcolato con configurazione a costo variabile non muta, mentre quello calcolato utilizzando il costo pieno si riduce:

valore rimanenze = 1.000 x [5.000 + (40.000.000 / 12.500)] = Lit. 8.200.000

Al variare dei volumi produttivi varia il costo pieno unitario di prodotto e, in conseguenza, il valore delle rimanenze finali; se ne deduce che il risultato economico è influenzato dai volumi di produzione.
Quale è, dunque, il criterio migliore?
Secondo logica economica la configurazione più corretta per esprimere il valore dei prodotti in giacenza è il costo pieno, e questo non tanto per le argomentazioni portate a favore di tale criterio, quanto perché il metodo in oggetto permette di cogliere la reale natura delle rimanenze di fine esercizio:essendo espressione di un ciclo produttivo a cavallo di due esercizi, esse devono necessariamente inglobare elementi di costo comuni ai due periodi amministrativi, perché solo in tal modo è possibile garantire logicità alla determinazione del risultato economico di competenza.
Tuttavia, riconoscendo i problemi oggettivi sottostanti l'imputazione al prodotto di una parte dei costi fissi, è necessario che la valutazione a costo pieno industriale venga effettuata nel rispetto delle seguenti regole generali:

  • il criterio di ripartizione dei costi fissi deve essere oggettivo e facilmente verificabile;
  • esso non deve venire modificato nel tempo, a meno di ragioni eccezionali;
  • il volume di produzione, di anno in anno, non deve subire violente oscillazioni.

a.2. La scelta tra costo standard e costo effettivo

Dopo aver deciso se adottare una configurazione a costo variabile o a costo pieno, è necessario stabilire se tale costo deve essere calcolato sulla base di quanto si è effettivamente verificato nell'esercizio, o sulla base di condizioni standard.

Il costo effettivo viene misurato a consuntivo dopo aver osservato il risultato dell'attività produttiva svolta dall'impresa, mentre il costo standard è una sorta di costo ipotetico, riferito a condizioni ottimali di svolgimento della combinazione produttiva, utilizzato quale termine di paragone per valutare l'efficienza della gestione o svolgere simulazioni e analisi di carattere economico generale.

Il problema che caratterizza la scelta tra costo standard o effettivo è il seguente: se si sceglie un costo standard, si trasferiscono da un esercizio all'altro i soli costi "ottimali"; ne deriva che gli scostamenti realizzati nel periodo, positivi o negativi che siano, restano in capo all'esercizio in chiusura.
Se, viceversa, si sceglie una configurazione a costi effettivi, le economie/diseconomie realizzate nell'esercizio in chiusura vengono trasferite, per la parte correlabile ai prodotti in giacenza, a quello successivo.

Esemplifichiamo tale concetto riprendendo i dati utilizzati in precedenza.

Ipotizziamo che il costo variabile unitario di Lit. 5.000 sia un costo effettivo e che il costo variabile standard ammonti a Lit. 4.800;
in altre parole nell'esercizio in chiusura si sono sostenuti costi più elevati rispetto a quelli ottimali, realizzando uno scostamento negativo pari a lire 200 per unità di prodotto.
Se si valutano le rimanenze a costo variabile standard si ottiene la seguente situazione reddituale:



Se invece si adotta la configurazione a costo variabile effettivo si ottiene:



Nel primo caso l'utile di esercizio risulta inferiore perché, adottando il costo standard, si trasferisce all'esercizio successivo un costo "ottimale", lasciando a carico dell'esercizio in chiusura la variazione negativa tra costo standard ed effettivo.
A favore della configurazione a costo standard è possibile addurre i seguenti motivi:

  1. è corretto che lo scostamento verificatosi nel periodo oggetto di analisi venga imputato interamente all'esercizio in chiusura;
  2. la scelta dei costi standard evita che il valore delle rimanenze venga influenzato da fattori esogeni, quali ad esempio il grado di utilizzo della capacità produttiva, o il livello di efficienza manifestatisi nell'esercizio in chiusura;
  3. evitando di trasferire all'esercizio futuro scostamenti positivi o negativi, si facilita una analisi più obiettiva del reddito prodotto in quell'anno.

Viceversa, a favore del costo effettivo è possibile osservare che questo criterio rappresenta il "vero" costo del prodotto e che ad esso vanno dunque correlate le vendite che si andranno a realizzare in futuro.
In questo caso risulta estremamente difficile scegliere quale sia il criterio migliore, per cui, secondo logica economica, entrambi i metodi sono da considerarsi accettabili.
Tuttavia, optando per un costo standard, è necessario verificare che esso sia effettivamente rappresentativo del reale costo del prodotto, e cioè che le condizioni operative stendessi, in base alle quali esso viene calcolato, rispecchino le condizioni di effettivo utilizzo della capacità produttiva.
Viceversa, scegliendo la configurazione a costo effettivo, è necessario verificare che i costi consuntivi riflettano una situazione produttiva "normale", cioè non siano condizionati da fenomeni o accadimenti di natura eccezionale quali, ad esempio, scioperi, incendi, inutilizzo degli impianti, e così via.

b) Il problema dell'individuazione di un metodo di calcolo dei costi

Se si sceglie una configurazione a costo effettivo (pieno o variabile che sia), sorge il problema di decidere in che modo calcolare tale valore.
Esistono infatti molteplici nozioni di costo, che si illustrano brevemente nel seguito:
b.1. lo specifico costo di acquisto (costo di scheda);
b.2. il costo di fine esercizio;
b.3. il costo medio;
b.4. il costo secondo logica f.i.f.o;
b.5. il costo seconda logica l.i.f.o.

Per rafforzare l'esposizione, nel corso della trattazione faremo ricorso al seguente esempio numerico, riferito ad una ipotetica materia prima:



b.1. Lo specifico costo di acquisto

Il metodo della specifica identificazione del costo individua le singole partite di materie, acquistate o prodotte, determinandone separatamente il costo relativo. Nell'esempio appena esposto il valore del magazzino sarebbe pari a:

- 3.100 = (50 x 62) se le rimanenze fossero composte da prodotti acquistati in data 15.07;
- 3.150 = (50 x 63) se relative a prodotti acquistati il 26.05, e così via.

Tale metodo non è di facile utilizzo poiché richiede la possibilità di correlare, senza errore, la materia in giacenza ai costi per essa sostenuti.
Per tale motivo esso può venire adottato in presenza di prodotti non intercambiabili, oppure quando è possibile tenere fisicamente separate le diverse partite di merci in magazzino.
Tale metodo, seppur estremamente corretto, può dunque essere utilizzato molto raramente.

b.2. Il metodo del costo di fine esercizio

Secondo questo criterio le materie in giacenza vanno valutate al costo più vicino alla data in cui si opera la chiusura dei conti.
Tale metodo non si riferisce né alle modalità di movimentazione fisica delle materie né ai costi effettivamente sostenuti, ma al valore che le giacenze presentano in un certo istante.
Ipotizzando che alla data di chiusura del bilancio il prezzo di mercato delle materie prime in giacenza sia pari a 65, le rimanenze verrebbero valutate:

50 x 65 = 3.250.

Secondo logica economica questo metodo non è coerente con i fini che si propone il bilancio d'esercizio in ipotesi di funzionamento perché, da un lato, il concetto di costo corrente di fine esercizio è estremamente incerto e soggettivo e, dall'altro, perché impedisce ogni collegamento tra il valore delle rimanenze ed i processi di gestione che l'azienda ha posto in essere nel periodo amministrativo.

b.3. Il costo medio

La valutazione a costo medio richiede la tenuta di una contabilità di magazzino, a quantità e valore.
Il costo medio di acquisto o di produzione può essere calcolato considerando l'intero periodo amministrativo oppure ogni singolo movimento di magazzino; nel primo caso si calcola un costo medio di periodo, nel secondo un costo medio di movimento.
Per quanto concerne il costo medio di periodo la media può inglobare le giacenze iniziali, oppure considerare solamente le produzioni o gli acquisti svolti nell'anno; nel primo caso si è in presenza di un costo medio di esercizio, nel secondo di un costo medio di acquisto (o di produzione).
Se il calcolo del costo medio è effettuato rapportando il costo totale al numero di lotti acquistati o prodotti si è in presenza di una "media semplice", mentre se il rapporto è operato con riferimento alle quantità entrate in magazzino si è in presenza di una "media ponderata".
Quest'ultimo criterio è sicuramente da preferirsi perché rispecchia meglio il costo effettivo dei prodotti in giacenza.
Con riferimento ai dati del nostro esempio, i quattro casi appena contemplati portano ai seguenti risultati:

Costo medio di acquisto:
Costo medio di esercizio:
Costo medio ponderato di acquisto:
Costo medio ponderato di esercizio:


Il metodo del costo medio di periodo è semplice da utilizzare, ma non prende in considerazione le variazioni subite delle merci in giacenza.
Per rispecchiare più fedelmente la movimentazione fisica dei beni è necessario tenere conto non solo dei loro ingresso in magazzino (acquisti o carichi da produzione), ma anche del loro prelievo per vendita o immissione nel ciclo produttivo.
Il metodo valutativo che riflette tali movimentazioni è il costo medio ponderato per movimento.
Si consideri l'esempio numerico in precedenza esposto.
In data 28.03 si immettono nel ciclo produttivo n. 400 unità della materia prima oggetto di analisi.
Tale prelievo viene valorizzato al costo medio ponderato di esercizio in vigore a quella data e cioè:

[(200 x 56) + (300 x 60)] / (200 + 300) = 58.4.

Tale costo, che servirà a valorizzare il prodotto finito in cui la materia prima è incorporata, rappresenta il costo medio unitario delle 100 unità di materia che risiduano in magazzino a quella data.
Successivamente, in data 26.05 e 15.07, si acquistano altre materie prime, per cui l'utilizzo dei giorno 01.09 avviene valorizzando i beni prelevati al costo medio ponderato in vigore a quella data e precisamente:

[(100 x 58.4) + (100 x 63) + (200 x 62)] / (100 + 100 + 200) = 61.35.

Non essendoci nuovi acquisti, le rimanenze finali vengono valorizzate al costo medio ponderato calcolato in seguito all'ultimo movimento di prelievo, cioè 61.35.
Oltre a riflettere con buona approssimazione il flusso fisico dei movimenti di magazzino, tale criterio di valutazione permette di collegare sequenzialmente le varie fasi del ciclo produttivo (la valorizzazione dei prelievi contribuisce al calcolo del costo del bene che scaturisce dalla successiva fase produttiva) integrando la valutazione del magazzino nel processo di calcolo dei costi necessario ai fini del controllo interno della gestione.

b.4. Il costo secondo logica f.i.f.o

Anche il metodo f.i.f.o. (ftrst infirst out) tiene conto delle movimentazioni di magazzino, ma ipotizza che le prime merci entrate siano le prime ad uscire per essere vendute o utilizzate; ne segue che le rimanenze vengono valutate ai prezzi di carico più recenti (the last in is in).

Applicando tale metodo all'esempio citato, otterremmo i seguenti risultati.

Dopo il 1° utilizzo: i beni prelevati (400) vengono imputati per 200 unità alla rimanenza iniziale e per 200 unità al 1° lotto acquistato; restano pertanto in rimanenza 100 unità del 1° acquisto:

100 x 60 1° acquisto

vengono poi operati due acquisti, che originano altrettante fasce f.i.f.o.:

100 x 63 2° acquisto
200 x 62 3° acquisto

Dopo il 2° utilizzo: i beni prelevati (350) vengono riferiti per 100 unità alla rimanenza dopo la prima produzione, appartenente al lo lotto di acquisto, per 100 unità al 1° lotto di acquisto e per 150 unità al 3° lotto di acquisto; restano pertanto 50 unità appartenenti al 3° lotto di acquisto:

50 x 62 3° acquisto

Ne segue che le rimanenze finali sono valutate al costo unitario di 62 lire, per un valore complessivo pari a 3.100 lire.
Tale metodo rispecchia il flusso fisico che normalmente caratterizza la produzione industriale: i costi con cui si valutano le materie prime componenti il prodotto finito sono quelli utilizzati per "scaricare" il magazzino materie prime, nel corso della sua valutazione.
Si crea così un collegamento logico tra materie prime, semilavorati e prodotti finiti.


b.5. Il costo secondo logica l.ifo.

Il metodo l.i.f.o. (last in first out) ipotizza invece che siano le merci entrate per ultime ad essere utilizzate per prime e che, pertanto, le giacenze di magazzino siano valutate ai prezzi di carico più vecchi (the first in is in).
Tale criterio, salvo rari casi, non coincide con le modalità con cui fisicamente sono mosse le partite in magazzino, ma riflette una logica di movimentazione dei costi che, come approfondiremo in seguito, persegue finalità esclusivamente contabili.
Il metodo l.i.f.o. può essere sviluppato facendo ricorso a differenti ipotesi che portano a configurare le seguenti tipologie:

  • il l.i.f.o. continuo, nel quale il calcolo viene effettuato dopo ogni singolo prelievo,
  • il l.i.f.o. di periodo, nel quale il calcolo viene effettuato alla fine dell'esercizio considerando in una unica istanza i diversi flussi in entrata ed in uscita dal magazzino.

L.i.f.o. continuo: dopo 1'utilizzo, le unità prelevate (400) vengono imputate per 300 al P lotto di acquisto e per 100 alla rimanenza iniziale; restano pertanto 100 unità appartenenti alla rimanenza iniziale:

100 x 56 rimanenza
Vengono poi operati due acquisti, che originano altrettante fasce l.i.f.o.:

100 x 63 1° acquisto
200 x 62 3° acquisto

Dopo il 2° utilizzo, le unità prelevate (350) vengono imputate per 200 al 3° lotto acquistato, per 100 al 2° lotto acquistato e per 50 unità alla rimanenza iniziale; restano pertanto 50 unità appartenenti alla rimanenza iniziale.
Le rimanenze finali vengono valutate a 56 lire cadauna, per un totale di 2.800 lire.

L.i.f.o. di periodo: poiché questo metodo non considera i prelievi effettuati nel corso del periodo amministrativo, ai fini della valutazione sono rilevanti i soli flussi in entrata:

200 x 56 rimanenza iniziale
300 x 60 1° acquisto
100 x 63 2° acquisto
200 x 62 3° acquisto

L'utilizzo complessivo di 750 unità viene imputato per 200 al 3° acquisto, per 100 al 2° acquisto, per 300 al 3° acquisto e per le restanti 150 unità alla rimanenza iniziale; i beni residui, in numero di 50, sono dunque riferibili alle rimanenze iniziali.
Le rimanenze finali verranno valutate a 56 lire, per complessive 2.800 lire.


b.6. Un raffronto tra i metodi illustrati

In presenza di uno scarso dinamismo economico, i metodi qui illustrati non portano a sostanziali differenze; si ritiene pertanto che il metodo più corretto sia quello che meglio rappresenta le modalità di movimentazione fisica della merce in magazzino. Quando invece si riscontrano significative variazioni nelle quantità e nei prezzi delle merci movimentate, la scelta del metodo di calcolo dei costi diventa basilare, poiché permette di influenzare, positivamente o negativamente, la determinazione del risultato economico del periodo.
Il metodo del costo medio ponderato tende a mediare le fiuttuazioni di prezzo in aumento e diminuzione verificatesi in periodi di forte instabilità; ciò può risultare apprezzabile per garantire omogeneità nel tempo al valore delle rimanenze.
In presenza di prezzi crescenti, invece, la valutazione secondo logica l.i.f.o. risulta più prudenziale in quanto, trasferendo all'esercizio successivo i costi formatisi in periodi di tempo più lontani, permette di correlare ai ricavi formatisi nell'esercizio in chiusura, i costi di più recente formazione.
Occorre però osservare che se il metodo l.i.f.o. consente di controbilanciare gli effetti che l'inflazione produce sul conto economico, esso porta a sottostimare il valore di magazzino nello stato patrimoniale, col risultato di impedire una valutazione obiettiva del valore netto contabile dell'impresa. A livello patrimoniale infatti il magazzino valorizzato a l.i.f.o. è espressione di costi manifestatisi in periodi di tempo lontani, sicuramente non rispondenti al valore di mercato alla data di chiusura dei bilancio.

Se dunque si sceglie di valutare le rimanenze secondo logica l.i.f.o., occorre essere consci dell'esistenza di una "riserva occulta", espressione della sottovalutazione del magazzino, che può essere quantificata confrontando il valore contabile delle rimanenze finali con quello corrente di fine esercizio.

Rafforziamo tale concetto sviluppando un semplice esempio numerico. Ipotizziamo che una impresa mantenga in magazzino la stessa quantità di merce per molti anni, ne dimezzi la quantità in uno, e la ripristini nell'anno successivo (il tutto, si badi bene, in presenza di un andamento dei prezzi crescente).

Nella valutazione delle rimanenze finali secondo logica l.i.f.o., il magazzino risulta valorizzato al costo della merce entrata nel periodo di tempo più lontano.
La situazione esposta può essere così rappresentata:



L'adozione del metodo in oggetto, come evidenzia la tabella, fa sì che nell'anno 1980 si palesi l'esistenza di una "riserva occulta" legata al fatto che, negli esercizi precedenti, non si è mai adeguato il valore del magazzino all'andamento dell'inflazione.
In altre parole, nell'anno 1980 si registra un maggior utile, dovuto al fatto che alle rimanenze iniziali, valorizzate ai costi dell'anno 1975, si contrappongono rimanenze finali valorizzate, per la metà, al costo dell'anno 1980.
Per tale motivo, secondo corretti principi contabili, il metodo l.i.f.o. è accettabile in periodi di prezzi crescenti e solamente se si fornisce al lettore dei bilancio una informazione supplementare, volta a quantificare la "riserva occulta" (riserva 1.1.f.o.) che non compare nello stato patrimoniale.


Gianluca Lombardi Stocchetti, in F.Corno, G. Lombardi Stocchetti (a cura di) "Le valutazioni di bilancio" Ed. Guerini, Milano, 1998, pp. 49-76.