IL PRINCIPIO DELL'ECONOMICITA'


Presentazione

Con questo capitolo iniziamo a affrontare la parte terza che è dedicata ad un argomento fondamentale dell'Economia aziendale, quello riguardante l'economicità.

In precedenza si è affermato che nelle aziende, ordine economico d'istituto, la configurazione delle strutture e lo svolgimento dei processi devono ispirarsi a due idee-guida: il principio del contemperamento degli interessi e il principio di economicità.

Nel corso di questo capitolo si intende affrontare e approfondire, nelle sue diverse articolazioni, il principio di economicità che informa di fatto tutta la vita aziendale.

Dopo aver sostenuto che l'azienda presenta i caratteri della durabilità e dell'autonomia e che questi sono connessi con i fini generali di istituto, si indica nel principio di economicità la regola di condotta da seguire per rispettare tali caratteri nel funzionamento dell'azienda.

Il principio di economicità vale per qualsiasi classe di istituti volti a raggiungere fini di natura economica. Nel secondo paragrafo, dapprima, si cerca di esplicitare le condizioni che permettono di esprimere un giudizio di economicità con riguardo ad un'azienda; successivamente si applicano queste condizioni alle aziende delle tre classi di istituti che seguiamo fin dall'inizio: aziende familiari, aziende di istituti pubblici territoriali e aziende di produzione.

Il terzo paragrafo è dedicato ad approfondire il tema con riguardo proprio all'azienda di produzione mettendo in luce come l'accertamento dell'economicità richieda sempre un giudizio di valore sulla congruità delle condizioni di efficienza dei processi, dei prezzi-costi e dei prezzi-ricavo nonché delle rimunerazioni corrisposte ai prestatori di lavoro e al conferenti di capitale. Il successivo paragrafo approfondisce queste tematiche.

L'ultimo paragrafo tratta dell'equilibrio monetario.


L'economicità: durabilità e autonomia

L'azienda per essere ordine economico di istituto deve essere duratura, deve cioè svolgersi secondo condizioni di vita e di funzionamento tali da consentire di durare nel tempo in un ambiente mutevole.

E' sufficiente ricordare le relazioni che intercorrono tra azienda e istituto e l'astrazione che si compie considerando lo svolgimento dell'azienda nell'istituto, per rendersi conto della necessità che l'azienda possieda il carattere della durabilità.

L'istituto è un insieme articolato di interessi, si identifica in un insieme di persone che si associano per realizzare un bene comune che altrimenti non sarebbero in grado di conseguire, bene comune che può assumere connotazioni diverse secondo le varie classi di istituti e secondo le diverse convergenze di interessi, ma che in ogni caso deve esser realizzato nel tempo. L'istituto è quindi duraturo anche se il suo permanere è soggetto a continuo dinamismo.

L'azienda, che dell'istituto è un'astrazione, eredita questo attributo della durabilità e lo esalta nel senso che essa, essendo rivolta a soddisfare finalità economiche che sono a loro volta strumentali per il perseguimento dei fini generali di istituto, non può considerare queste finalità economiche che in un'ottica duratura di lungo periodo.

L'accordo tra due operatori commerciali volto, ad esempio, ad effettuare insieme un affare, un acquisto di una partita di grano in Canada per rivenderla poi in Francia, non determina il sorgere di un istituto-impresa e non dà luogo, quindi, ad alcun ordine economico di istituto. E' un'operazione definita e limitata nel tempo. L'azienda è, invece una realtà che si crea e opera per durare nel tempo proprio perché nel tempo si possono soddisfare i fini dell'istituto di cui essa è espressione. Se gli stessi operatori avessero dato vita ad un'intrapresa volta alla commercializzazione di granaglie, essi avrebbero creato una realtà durevole nella quale le singole operazioni, e quindi anche l'affare Canada-Francia, sarebbero state considerate nel loro insieme come attività volte a produrre rimunerazioni e redditi da capitale per soddisfare le attese dei soggetti partecipanti all'istituto (lavoro e capitale risparmio).

La durabilità di un istituto (in particolare delle imprese e degli istituti della pubblica amministrazione) va al di là del permanere delle persone che in un dato momento compongono l'istituto stesso. La continuità e lo sviluppo dì un istituto hanno un valore non solo per i suoi membri attuali, ma anche per i suoi membri potenziali futuri e per la collettività in generale. Chi, singola persona o gruppo di persone legasse la vita di un'impresa ai propri interessi o destini particolari, produrrebbe danni economici, con riflessi anche di ordine morale, sia per gli altri membri dell'impresa, sia per l'economia nel suo complesso.

Si capisce da queste osservazioni che l'azienda, per essere ordine economico d'istituto, deve presentare il carattere della durabilità. Connesso al carattere della durabilità, vi è anche quello dell'autonomia. Non è sufficiente che l'azienda duri nel tempo, occorre anche accertarsi che non si manifesti un sistematico ricorso a interventi di sostegno o di copertura delle perdite da parte di altre economie. L'autonomia è, quindi, un carattere che si accompagna necessariamente con la durabilità e che serve a qualificarla.

Nella realtà si incontrano numerosi esempi in cui la durabilità non è sostenuta dall'autonomia e in tali casi si riscontrano spesso situazioni patologiche per lo stesso funzionamento dell'istituto. L'azienda familiare, ad esempio, può durare e svilupparsi nel tempo grazie a continui sussidi e aiuti da parte di altre economie (altre famiglie, Istituti territoriali pubblici come Stato, Regioni e Comuni). Così come un'impresa che produce continue perdite di gestione può continuare a vivere, grazie all'immissione di nuovo capitale da parte dei soci, e un'azienda composta pubblica, pur consumando di più di quanto produce, può mantenere la sua capacità di spesa mediante l'indebitamento. Nell'accertare l'autonomia di un'azienda vanno naturalmente considerati anche le coperture di perdite e gli interventi di sostegno realizzati per via indiretta, come le forme di esenzione fiscale o di assistenza "patologica" a favore delle famiglie, le "protezioni" godute dalle imprese, le manovre di debito pubblico a sostegno del disavanzo degli enti pubblici.

Sono tutte soluzioni che hanno un carattere comune: la precarietà, la provvisorietà. Basta che il sussidio, la copertura delle perdite, la possibilità di indebitarsi si incrinino, o peggio ancora si arrestino, per mettere in discussione la sopravvivenza della azienda e degli stessi istituti, creando tensioni e dissesti. Ma anche se ciò non avviene, tali istituti il più delle volte devono piegare le loro finalità agli intendimenti o alle pressioni degli istituti che consentono loro di sopravvivere. Si rifletta, a questo riguardo, su quanto è avvenuto nel nostro Paese, specie nell'epoca della crisi degli anni sessanta e settanta, quando gli interventi pubblici, motivati da ragioni sociali, hanno consentito la sopravvivenza di imprese inesorabilmente "fuori mercato". Un tema che si propone anche nel corso dei primi anni novanta e che interessa le economie dei Paesi sviluppati. Sembra tuttavia che vi sia ora una maggiore consapevolezza dei pericoli di queste scelte: aiutare le imprese in dissesto, senza intervenire sulla loro capacità di produrre reddito e limitandosi a farle vivere con sussidi e aiuti, significa solo rinviare, procrastinare nel tempo la soluzione del problema con il risultato di rendere ancor più gravi le conseguenze sociali che si volevano evitare.

L'autonomia è anche condizione perché i fini generali d'istituto possano esser perseguiti non contando sugli aiuti esterni ma facendo affidamento sulle forze (elementi, fattori, energie) che sono proprie dell'istituto. Questo non vuol significare che l'istituto non intrattenga rapporti con gli altri componenti della società umana.
Si vuole soltanto mettere in luce che non sì può far dipendere il conseguimento dei fini di istituto da forze e da manifestazioni di volontà che sono esterne all'istituto stesso. Il rispetto della condizione di autonomia rende così l'istituto e quindi l'azienda artefici del conseguimento del bene comune dei suoi membri.
Sulla base di queste considerazioni si appalesa l'esigenza di stabilire una regola di condotta che valga per tutte le aziende, indipendentemente dall'istituto del quale sono astrazione o ordine economico. Una regola di condotta che una volta rispettata consenta a sua volta all'azienda di operare in condizioni di durabilità e di autonomia. Questa regola di condotta è il principio di economicità, inteso come condizione di funzionamento dell'azienda, come modalità da rispettare nell'attività aziendale per perseguire le finalità generali di istituto.
Le relazioni tra fini generali di istituto, durabilità, autonomia e economicità, considerando lo svolgimento dell'azienda nell'istituto, sono schematizzate nella tavola 9.1.

TAV. 9. 1. Le relazioni tra durabilità, autonomia ed economicità dell'azienda nell'istituto


Legenda:
  1. attitudine a durare nel tempo in ambiente mutevole
  2. attitudine a vivere senza interventi di sostegno e di copertura
  3. condizione di funzionamento nell'azienda.


L'economicità aziendale nelle diverse classi di istituti

Il principio di economicità, come regola di condotta o di funzionamento dell'azienda nell'istituto, si traduce concretamente nel perseguimento contemporaneo di più fini economici o, mi ottica differente, nel rispetto simultaneo di un insieme di condizioni di svolgimento dell'azienda. Esprimere il principio dell'economicità in un modo o nell'altro non cambia sostanzialmente il significato e l'applicazione del principio, anche perché esiste un vicendevole rapporto tra le due espressioni. I fini economici possono, infatti, esser intesi come una regola di funzionamento, così come le condizioni possono concretamente realizzarsi con la definizione dei fini da perseguire.

Si possono tuttavia cogliere accentuazioni diverse nelle due espressioni. Nel primo caso (perseguimento dei fini) si concentra l'attenzione sui fini economici, che in certi istituti, come le imprese, rappresentano la parte preminente dei fini d'istituto; nel secondo caso (rispetto di condizioni), invece, l'accento è posto sull'azienda come astrazione e anche come strumento di istituto e sulle regole che devono presiedere al suo corretto funzionamento. Se l'azienda non si svolge secondo convenienza economica, essa non può esser mezzo per conseguire gli altri fini di istituto non economici ispirati dall'etica, dalla morale e dalla politica. Si pensi ad una impresa editoriale volta a trasmettere alta cultura che trascuri l'equilibrio economico. E' naturale che, per continuare a svolgere il suo ruolo culturale, essa dovrà ricorrere a continui sussidi e aiuti esterni, stravolgendo la funzione strumentale dell'azienda e rendendo precario lo stesso perseguimento dei fini di istituto. L'economicità, pertanto, è una regola di condotta che trova proprio nel perseguimento dei fini economici o nel rispetto delle condizioni di funzionamento la sua concreta traduzione.

In particolare, le condizioni da rispettare simultaneamente nel funzionamento delle aziende appartengono a due gruppi di ordini:

  1. il primo attinente alla dimensione più propriamente reddituale, comprende quelle condizioni che hanno impatto sull'equilibrio tra componenti positivi e negativi di reddito; nelle imprese nella capacità di produrre convenienti rimunerazioni; nelle famiglie e negli Istituti pubblici territoriali nella capacità di risparmio;

  2. il secondo ordine di condizioni riguarda, invece, la dimensione monetaria, cioè accoglie quelle condizioni che assicurano la continuità soddisfacendo, momento per momento, l'equilibrio tra entrate e uscite di mezzi monetari.

Non esiste sempre sincronia tra questi due equilibri tanto che è normale che nel tempo si creino fabbisogni o eccedenze di mezzi monetari. La gestione finanziaria svolge pertanto il ruolo di volano tra l'andamento reddituale e quello monetario, reperendo risorse finanziarie nel mercato e sostenendo un onere finanziario, quando si manifestano fabbisogni, o investendole lucrando un provento, quando si determinano eccedenze.

L'economicità come regola di condotta aziendale, come perseguimento dei fini economici, come rispetto delle condizioni di svolgimento duraturo e autonomo, come verifica delle condizioni di equilibrio reddituale e di congiunto equilibrio finanziario e monetario, vale per qualsiasi classe di istituti (famiglie, imprese e istituti della pubblica amministrazione) che debba raggiungere anche fini di natura economica. Poiché le aziende vengono a comporre il sistema economico di un Paese, si può sostenere per traslato che vi è anche una economicità generale di Paese.

Prima di soffermarci a considerare come il principio di economicità si traduce concretamente nelle aziende delle diverse classi di istituto, si vuole ricordare che l'economicità non va valutata in modo autonomo e indipendente, ignorando i fini di istituto e le relazioni che il sistema azienda intrattiene con l'ambiente circostante. La valutazione dell'economicità non è il frutto di una semplice misurazione, ma è il risultato anche di giudizi di valore per tener conto delle condizioni di mercato e di ambiente in cui l'azienda opera.

Nell'azienda familiare si possono individuare molteplici rapporti di tipo economico: dalle relazioni con i mercati al minuto dei beni di consumo, ai rapporti di lavoro, a tutte le relazioni con il mercato finanziario e con il sistema bancario per la gestione dei patrimoni familiari.

Le condizioni di svolgimento economico duraturo si traducono nell'azienda familiare nel soddisfacimento, in primo luogo, dei fini economici istituzionali. Si tratta, come sempre in questi casi, di rispettare condizioni interrelate o di raggiungere molteplici fini in modo simultaneo.

Nell'azienda familiare l'economicità viene conseguita se la produzione di redditi da lavoro e da gestione patrimoniale (al netto dei tributi da corrispondere allo Stato) è in grado di soddisfare i consumi in misura "adeguata" alla posizione sociale e al progresso del tenore di vita della famiglia; non solo, questa produzione di redditi dovrebbe anche generare un risparmio in grado di alimentare un "conveniente" patrimonio.

E' una espressione di equilibrio reddituale che - come si nota riposa su molti collegamenti e su molte qualificazioni (in misura "adeguata" alla posizione sociale e al progresso del tenore di vita; alimentare un "conveniente" patrimonio). Ciò comporta, ad evidenza, il richiamo a successive considerazioni attinenti al contesto sociale ed economico in cui vive l'azienda, ai principi etici che vengono accolti nella società e che permeano il funzionamento della famiglia stessa e così via. In un contesto socio-economico, ad esempio, in cui lo Stato offre una vasta serie di servizi sociali e previdenziali l'esigenza di accumulare con il risparmio un patrimonio per consentire la futura vita economica dell'istituto familiare può diventare meno pressante. Lo stesso accade quando una società assegna ai consumi un ruolo rilevante tanto che le famiglie tendono a privilegiarli a danno dei risparmi.

La valutazione dell'economicità non va quindi ristretta secondo un'ottica particolare dell'azienda in esame, ma deve estendersi anche alle altre aziende che entrano in contatto con essa e in particolare all'azienda composta pubblica statale. Se i servizi sociali e la previdenza vengono offerti, grazie ad un indebitamento patologico e crescente delle finanze statali, se lo sviluppo dei consumi va a detrimento dei risparmi di una società, pregiudicandone lo sviluppo, è chiaro che l'economicità della azienda familiare va valutata in modo relativo in quanto è stata ottenuta a spese dell'economicità di altre aziende e questo non può non creare preoccupazioni per la vita duratura della stessa azienda familiare. Improvvisi tagli dei servizi sociali, decisioni governative che riducono drasticamente le prestazioni della previdenza sociale, l'inflazione sono esempi di fenomeni che possono creare gravi difficoltà nel funzionamento dell'azienda familiare e stimolano la formulazione di giudizi di economicità che tengano particolarmente conto delle relazioni con l'ambiente esterno in cui l'istituto familiare è inserito.

Nello svolgimento dell'azienda familiare anche le congiunte condizioni di equilibrio monetario possono giocare un ruolo importante, anche se esse si risolvono molto spesso con la creazione di un "fondo di mezzi liquidi" sufficiente a fronteggiare le uscite monetarie concentrate in dati periodi dell'anno (epoca natalizia, vacanze, pagamento di tributi, ecc.).

Lo svolgimento delle aziende di istituti pubblici territoriali presenta caratteri molto simili anche se certamente più complessi di quelli considerati per le aziende familiari. Tra le condizioni da rispettare simultaneamente per conseguire l'equilibrio reddituale possono indicarsi:

  1. la produzione di beni pubblici che vengano giudicati "soddisfacenti" per il funzionamento e lo sviluppo sociale e economico di una collettività;
  2. la corresponsione di rimunerazioni "adeguate" ai collaboratori e ai finanziatori;
  3. lo svolgimento dei processi di gestione e di organizzazione, volti anche all'eventuale conseguimento di redditi, secondo efficienza, senza sprechi, con l'applicazione di tecniche moderne e progredite;
  4. l'imposizione di tributi che risultino in linea con le condizioni precedenti, tributi quindi che non servano a coprire inefficienze o spese inutili.

Da quanto detto è facile risalire alla situazione riscontrabile in molte aziende della nostra Pubblica Amministrazione in cui tali condizioni non risultano rispettate, determinando così uno stato di disservizio e di spreco.

Si spiega, allora, anche l'importanza che in tali aziende viene ad assumere la gestione finanziaria. E' stata messa in atto da tempo nel nostro Paese una politica di produzione di beni pubblici e di interventi nell'economia del Paese che è andata al di là di quelle che erano le possibilità di spesa derivanti essenzialmente dall'imposizione tributaria. Ciò ha causato uno squilibrio crescente nel conti dello Stato che è stato sistematicamente coperto mediante il ricorso all'indebitamento nel mercato finanziario. In questi ultimi anni la situazione è ulteriormente peggiorata e il disavanzo ha raggiunto livelli consistenti tali da alimentare un'imponente emissione di titoli del debito pubblico che rende il nostro mercato obbligazionario uno dei più importanti del mondo.

Questa cronica mancanza di economicità, il ruolo di supplenza svolto dalla gestione finanziaria per consentire la funzionalità dell'azienda statale (cioè la sua capacità di far fronte al pagamenti), creano non poche tensioni sociali e soprattutto alimentano forti preoccupazioni per l'economicità delle altre aziende. In questo contesto si è cominciato ad avviare un complesso processo di privatizzazione delle imprese pubbliche volto a ridurre tra l'altro, i fabbisogni dello Stato in questo settore.

Per le imprese e per le congiunte aziende di produzione, dati i preminenti fini economici che le caratterizzano, la questione dell'economicità acquista particolare rilievo. L'economicità ispira, infatti, tutte le scelte prese nel corso della vita e del funzionamento di questi istituti.

Anche in questi casi l'economicità viene perseguita soddisfacendo simultaneamente un insieme di condizioni. In termini di equilibrio reddituale, in particolare, esse risultano essere le seguenti:

  1. i ricavi derivanti dalla cessione dei beni e servizi nel mercato di collocamento devono coprire i costi derivanti dall'acquisto di tutti fattori necessari alla produzione, tenendo conto anche di condizioni di efficienza dei processi giudicate soddisfacenti;
  2. le rimunerazioni dei collaboratori di ogni livello e grado devo no esser ritenute "soddisfacenti" sulla base delle situazioni personali e della situazione generale;
  3. le rimunerazioni accordate ai conferenti di capitale-risparmio devono essere giudicate "soddisfacenti" con riferimento ad investimenti patrimoniali alternativi a quello aziendale;
  4. devono infine essere giudicate "soddisfacenti" le variazioni di valore capitale per rivalutazione, intesa come capacità dell'azienda d riprodurre le condizioni di sua sopravvivenza e sviluppo, operando in un contesto ambientale in cui i prezzi si modificano sia per cause economiche sia per cause monetarie.

Il continuo ricorso al termine "soddisfacente", oltre a sottolineare l'esigenza di considerare l'azienda nei suoi interrelati collegamenti con il sistema ambientale in cui vive e opera, richiama l'importante ruolo dei giudizi di valore nella complessa valutazione di economícità di impresa.

I fini istituzionali e il congiunto equilibrio reddituale trovano vincolo di sistema con un equilibrio monetario da conseguire momento per momento. Da qui l'importanza della gestione finanziaria specie se volume di fattori produttivi di cui si deve disporre in via anticipata, rispetto ai ricavi derivanti dal collocamento dei prodotti, determina il sorgere di fabbisogni finanziari cospicui che possono esser fronteggiati solo ricorrendo ampiamente alle fonti di finanziamento offerte dal mercato dei capitali.

La gestione finanziaria presiede quindi, come si è già detto, essenzialmente al rispetto dell'equilibrio monetario; comportando oneri finanziari, essa ha evidenti influssi anche sulla gestione reddituale.

Una sintesi di quanto affrontato in questo paragrafo è contenuta nella tavola 9.2.

I prossimi paragrafi sono dedicati al tema dell'economicità nelle aziende di produzione.

TAV. 9.2 L'economicità nelle varie classi di istituto

FAMIGLIA ISTITUTO PUBBLICO TERRITORIALE IMPRESA
Condizioni di equilibrio reddituale Produzione di redditi da lavoro e da gestione patrimoniale in grado di :
-soddisfare consumi "adeguati"
-generare un risparmio sufficiente ad alimentare un patrimonio "conveniente"?
Tributi e produzione di redditi da gestione patrimoniale in grado di alimentare produzioni di beni pubblici "soddisfacenti" per la collettività, assicurando rimunerazioni "soddisfacenti" per i prestatori di lavoro. Equilibrio tra componenti positivi e negativi di reddito, assicurando "soddisfacenti" remunerazioni del lavoro e del capitale-risparmio.
Condizioni di equilibrio monetario Disponibilità di "fondi liquidi" sufficienti a fronteggiare i pagamenti. Ricorso non patologico all'indebitamento. Equilibrio tra entrate e uscite monetarie con ricorso eventuale alla gestione finanziaria.


L'economicità dell'azienda di produzione: l'equilibrio reddituale

L'economicità, condizione di duraturo e autonomo funzionamento dell'azienda di produzione, comporta - come si è già detto - il simultaneo rispetto di una serie di fini economici o di condizioni di funzionamento. Nel corso di questo paragrafo e dei successivi intendiamo approfondire questo assunto.

Nell'azienda di produzione si svolge una serie di accadimenti, tra i quali vengono ad assumere particolare rilievo quelli di scambio con terze economie. Da questi scaturiscono infatti componenti positivi e negativi di reddito (in prima approssimazione, ricavi e costi) connessi rispettivamente all'acquisizione di fattori produttivi e al collocamento nel mercato di beni. Il fluire dei ricavi nel tempo alimenta la continuità dei processi produttivi che via via si susseguono con il sostenimento di costi. Poiché in genere nelle aziende di produzione i costi sono sostenuti "in via anticipata" rispetto ai ricavi, si manifesta un fabbisogno di capitale, la cui copertura con provvista di opportune fonti di finanziamento determina a sua volta un componente negativo di reddito, gli oneri finanziari, che i componenti positivi di reddito devono pure coprire. Solo se il fluire dei componenti positivi copre i componenti negativi risulta assicurata, in prima approssimazione, la continuità dell'azienda.

Da questi brevi cenni si evince così una prima fondamentale condizione da rispettare, senza la quale l'azienda non può dirsi vitale, capace cioè di vivere nel tempo in modo autonomo senza interventi di terze economie. Tale condizione primaria viene chiamata equilibrio reddituale (equilibrio tra componenti positivi e negativi di reddito) ed esprime l'attitudine della gestione di rimunerare, con i componenti positivi di reddito, alle condizioni di mercato, tutti i fattori produttivi compresi il capitale di prestito ed il capitale di rischio.

Tale condizione, tuttavia, non è sufficiente; ha bisogno di alcune qualificazioni, oltre ad esser accompagnata da altre condizioni da rispettare simultaneamente.

Una prima qualificazione riguarda il tempo a cui riferire l'equilibrio. E' fuori discussione, dato che cerchiamo le condizioni affinché l'azienda possa riuscire duratura, che tale equilibrio debba essere di lungo periodo, anche se diverse sono le modalità del suo conseguimento in relazione alla tipologia dei processi produttivi e alla mutevolezza dell'ambiente in cui l'azienda opera.

Una cosa è infatti riferirsi ad un'azienda manifatturiera che si caratterizza per cicli brevi, come può esser un produttore di beni di largo consumo, cosa ben diversa è l'azienda che produce commesse che per esser realizzate hanno bisogno di molti anni. Nel primo caso l'equilibrio reddituale di lungo deve manifestarsi come successione continua di equilibri tra ricavi e costi per periodi brevi, anno per anno, nel secondo caso, invece, l'equilibrio reddituale verrà accertato prendendo in esame la successione di equilibri tra ricavi e costi che si realizzano per le varie commesse poliennali in svolgimento.

Può anche succedere che un'azienda presenti un equilibrio di breve, mentre non altrettanto avviene per il lungo periodo. Il caso potrebbe riguardare, ad esempio, un'azienda produttrice di grandi commesse che ha un portafoglio ordini ancora per venti mesi di lavoro ma che sulla base della congiuntura del settore prevede un blocco deli ordini per i prossimi anni. E' chiaro che ciò segnala una situazione di difficoltà che, se non si sblocca, creerà pregiudizio per la sopravvivenza dell'azienda, a meno che essa non destini le sue risorse e competenze verso un'altra attività che presenta elementi di interesse e prospettive di crescita.

Nel caso, invece, che all'equilibrio di lungo non si accompagni quello di breve - situazione anche quella di frequente verificabile nella pratica - l'azienda corre il pericolo di cessare se non trova finanziatori disposti ad assumere rilevanti rischi fornendo i necessari volumi di capitale di prestito e di capitale di rischio.

Una seconda qualificazione da assegnare alla condizione dell'equilibrio reddituale riguarda l'oggetto di riferimento. L'equilibrio reddituale può infatti fare riferimento oltre che all'azienda anche al gruppo aziendale. Nel primo caso si parla di equilibrio aziendale, nel secondo di equilibrio superaziendale o di gruppo.

Nella pratica si manifestano situazioni concrete molto diverse che richiedono particolari modalità di accertamento dell'equilibrio reddituale, modalità che presuppongono comunque la chiara esplicitazione dei nessi che si instaurano con le altre aziende e l'eventuale presenza di un "soggetto economico improprio".

L'equilibrio reddituale di gruppo può essere inteso in due significati.

Il primo è quello per cui l'azienda si dice "economica in funzione del gruppo" poiché solo entro il gruppo essa riesce ad essere autosufficiente; se essa operasse indipendentemente avrebbe problemi di sopravvivenza.

Situazioni di questo tipo si ritrovano quando l'azienda nell'ambito del gruppo svolge una specifica coordinazione particolare (la finanza, la ricerca e sviluppo, ecc.) o quando produce un componente che può esser fornito solo ad altre aziende del gruppo che provvedono poi ad assemblarlo con altri per ottenere un prodotto da collocare nel mercato o quando fabbrica esclusivamente un prodotto che non può che esser venduto nel mercato assieme ad altri prodotti di altre aziende del gruppo.

Si manifesta, talvolta, anche il caso dell'azienda che, presa a sé stante, appare autosufficiente dal punto di vista reddituale, ma ad un più attento esame si scopre che ciò avviene grazie ad un'altra azienda del gruppo che cede la sua produzione a prezzi interni particolarmente favorevoli. Si tratta quindi di aziende che conseguono l'equilibrio reddituale solo perché operano nell'ambito del gruppo godendo di condizioni e di fattori particolari.

Nel secondo significato, l'azienda si dice "economica in funzione del gruppo" quando, pur non conseguendo l'equilibrio reddituale, viene mantenuta in vita perché offre opportunità o vantaggi alle altre aziende del gruppo senza che questi si manifestino in componenti positivi di reddito per l'azienda che li fornisce.

Situazioni di questo tipo si hanno, ad esempio, per le aziende di gruppo che svolgono attività di promozione culturale, di immagine o di formazione dell'organismo personale.


L'efficienza e la congruità delle rimunerazioni

Una prima condizione da rispettare simultaneamente all'equilibrio reddituale, per affermare che l'azienda si svolge secondo economicità, è il mantenimento di un livello accettabile di efficienza, espressa in termini di rendimento fisico-tecnico dei processi produttivi.

L'azienda, autosufficiente dal punto di vista reddituale, può non rispettare pienamente il principio di economicità, se le sue operazioni e i suoi processi si svolgono con gravi inefficienze o con palesi errori gestionali e organizzativi. Potrebbero esser particolari condizioni dei mercati di vendita o di approvvigionamento che consentono che tali inefficienze siano trasferite all'esterno, senza danneggiare l'equilibrio reddituale dell'azienda. Tale modalità di conseguimento dell'autosufficienza, oltre ad esser contingente, legata a fatti particolari, non duraturi, penalizza l'economicità di altre aziende, determinando una più ridotta economicità, in misura più o meno elevata in relazione alla sua dimensione, a livello di sistema economico di Paese.

Il termine efficienza ha, in genere, significato di relazione che intercorre tra risultati conseguiti e mezzi impiegati e viene riferito a sfere operative diverse, dalla combinazione aziendale presa nel suo insieme, ai processi di produzione o a quelli commerciali o amministrativi. I risultati e i mezzi possono esser considerati sotto il profilo qualitativo, quantitativo o del valore.

Una particolare espressione dell'efficienza sono i rendimenti fisicotecnici. Essi sono rapporti che esprimono risultati non monetari dello svolgimento di operazioni, processi e combinazioni.

Si configurano, in particolare, come relazioni tra volumi e qualità ottenute e volumi e qualità delle condizioni produttive impiegate, date predefinite durate, distintamente per operazioni, processi e combinazioni.

Si hanno così, ad esempio, nelle imprese meccaniche, rendimenti dei tipo: pezzi prodotti per ora operaio, pezzi prodotti per ora macchina, durata dei tempi di esecuzione di un lavoro, durata di attività e di inattività degli operai, e così via; in un'impresa bancaria: durata di svolgimento delle procedure, numero di operazioni per una data specie di attività svolta entro un dato periodo di tempo, ecc.

Per le caratteristiche di complementarietà delle condizioni di produzione non è possibile, sul piano logico, misurare il preciso concorso di singoli fattori produttivi al risultato di ogni processo o di ogni operazione svolta. Anche quando si vuole valutare il rendimento di un aspetto parziale della complessa combinazione aziendale, il risultato (numeratore del rapporto di rendimento) risente di tutte le complementari condizioni di svolgimento delle altre operazioni e degli altri processi che si svolgono nell'azienda: impieghi di materiali in date specie e in dati volumi, impieghi di lavoro in date qualificazioni e in dati volumi, organizzazione del lavoro attuata, diverso grado di impiego di condizioni produttive, sistemi di informazione e di comunicazione adottati, e così via.

L'azienda è vitale e duratura, se oltre all'equilibrio reddituale persegue anche l'efficienza, applicando metodi di lavoro che consentono di svolgere le operazioni senza sprechi di risorse e di tempi, ma soprattutto ricercando l'innovazione dei processi perché è solo attraverso questa strada che le aziende possono rimanere nel mercato in una posizione di sufficiente stabilità. Si pensi, ad esempio, al ruolo che in questi tempi stanno avendo i nuovi mezzi tecnici, le automazioni e anche le nuove soluzioni organizzative come il just in time (per rendere fluido lo scorrere della produzione e accelerarne quindi i tempi di svolgimento), la total quality (ricerca della qualità totale, ma anche risparmio dei costi). In questi anni l'efficienza ha rappresentato un'arma fondamentale, non solo per esser più competitivi nel mercato (praticare, in altri termini, prezzi di vendita contenuti tali da spiazzare i concorrenti), ma anche soltanto per esser presenti nell'arena competitiva.

L'azienda senza un adeguato livello di efficienza, tenendo conto dell'attuale tasso di evoluzione tecnologica e dei metodi di gestione, è destinata a vita incerta e limitata, anche se chiude l'esercizio con risultato reddituale positivo.

All'efficienza dovrebbe esser collegata anche la condizione della flessibilità in un mondo sempre più dinamico e mutevole, l'azienda durevole è quella che ricerca efficienza ma anche flessibilità, intendendo con questo la predisposizione di strutture e di combinazioni produttive efficienti in grado di adeguarsi prontamente all'ambiente.

Una terza condizione da perseguire, sempre simultaneamente alle altre due, è la congruità dei prezzi-costi sostenuti e dei prezzi-ricavi conseguiti e, in particolare, la congruità delle rimunerazioni del capitale-risparmio e del lavoro. Non si può parlare di economicità se l'azienda ottiene l'equilibrio reddituale grazie solo a particolari condizioni di acquisto delle materie prime e dei servizi di terzi o grazie solo ad una politica di prezzi imposti particolarmente elevati (si pensi a quello che succede per le imprese concessionarie di servizi in monopolio, quando le tariffe sono fissate a livelli particolarmente elevati) o grazie anche a una rimunerazione insufficiente o comunque non adeguata dei due fondamentali fattori della produzione: capitale-risparmio e lavoro.

In queste situazioni, in cui si manifesta un'incongruità dei prezzi e delle rimunerazioni, la contemporanea presenza di equilibrio reddituale e di livelli accettabili di efficienza non consente di esprimere un giudizio di piena economicità. Ciò significa che altre aziende sopportano le conseguenze di queste situazioni; in altri termini, si può dire che l'economicità aziendale viene perseguita grazie anche al concorso di altre aziende familiari o di altre aziende di produzione. E' il caso che si manifesta nelle imprese che si avvalgono di lavoro a domicilio "sottopagato"; è il caso che si verifica nelle aziende che godono di posizioni di monopolio con prezzi di vendita prefissati secondo scelte politiche o amministrative; è il caso, infine, di molte piccole imprese familiari che vivono solo grazie al fatto che non rimunerano adeguatamente il lavoro dei membri delle famiglie corrispondenti. Ma è anche il caso di imprese che raggiungono l'equilibrio reddituale nell'esercizio, ma che non considerano tra i componenti negativi di reddito la rimunerazione dei mezzi propri investiti, danneggiando così le aziende familiari dei conferenti di capitale. Considerazioni analoghe valgono per i diffusi fenomeni di evasione fiscale.

Il giudizio di adeguatezza o di congruità dei prezzi-costo e dei prezzi-ricavo comporta un esame delle condizioni di ambiente che caratterizzano i diversi mercati in cui le imprese operano. Per quanto riguarda in particolare le retribuzioni e la rimunerazione dei capitale proprio, oggetto di attenzione devono essere le strutture della domanda e dell'offerta di lavoro e capitale.

Nel primo caso si tratta di valutare se le retribuzioni corrisposte al personale di tutti i livelli e delle varie funzioni risultano coerenti con le retribuzioni negoziate nell'ambiente. Non si devono, in altri termini, manifestare situazioni patologiche, legate a fatti contingenti, che vanno ad intaccare la durabilità dell'azienda. In una prospettiva di mercato che tende a diventare globale, il problema va visto in modo tale da tener conto delle forze competitive in atto. Certe condizioni particolari, che si manifestano in una determinata area geografica per quanto attiene al lavoro, vanno valutate attentamente per dare un giudizio di economicità sulle imprese che se ne avvantaggiano. Si può allora concludere, per esempio, che un'azienda di trasformazione con grande peso del lavoro presenta economicità solo perché opera in un'area geografica in cui la rimunerazione del lavoro è contenuta e risulta comunque più bassa di quella dei concorrenti che operano in altri Paesi. E' questa una situazione che desta preoccupazione e che determina, in ogni caso, il rischio che l'autosufficienza non permanga a lungo, a meno che non vengano attuate, da parte della direzione d'impresa, azioni di riconversione o di sostituzione del lavoro manuale con interventi, ad esempio, di automazione e di meccanizzazione.

Considerazioni analoghe valgono per l'accertamento della congruità della rimunerazione del capitale di rischio conferito, di quel capitale cioè che sopporta il rischio economico generale d'impresa; rischio che si manifesta in tre specie fondamentali:

  1. il rischio di non ottenere adeguate rimunerazioni del capitale
  2. il rischio di non poter smobilizzare tempestivamente ed economicamente il capitale investito nell'azienda;
  3. il rischio di perdita parziale o totale del capitale conferito a seguito di risultati negativi della gestione.

Occorre quindi, tenendo conto delle condizioni particolari del mercato finanziario, valutare il costo-opportunità, cioè il costo figurativo che esprime il mancato rendimento che il conferente capitale di rischio sopporta per aver investito nell'azienda, invece che in altri investimenti patrimoniali alternativi aventi lo stesso grado di rischio aziendale. Tale costo-opportunità si configura aggiungendo al rendimento degli investimenti patrimoniali a grado di rischio nullo (rendimento dei titoli dello Stato) un compenso per il rischio d'impresa. Quindi per dire che un'azienda è economica occorre anche accertare che essa rimuneri in modo soddisfacente, secondo il livello giudicato tale dal costo-opportunità, anche il capitale proprio.


L'equilibrio monetario

In precedenza, è stata introdotta la dimensione temporale nell'analisi dell'equilibrio reddituale ed è stata anche operata una distinzione tra equilibrio reddituale di breve e di lungo. Nell'ambito di questa distinzione si è anche accennato al ruolo di supplenza svolto dalla gestione finanziaria quando manca l'equilibrio di breve periodo. A questo riguardo potremmo meglio dire che esiste un vincolo di sistema da soddisfare, contemporaneamente alle altre condizioni, affinché l'azienda possa svolgersi secondo economicità: è il vincolo o la condizione di equilibrio monetario.

L'azienda deve operare secondo equilibrio tra componenti positivi e negativi di reddito, ma deve contemporaneamente esser sempre in grado, momento per momento, di far fronte agli impegni di pagamento.

Si prenda la situazione prima ricordata in cui si manifesta un equilibrio di lungo, ma non di breve. E' chiaro che ciò determina difficoltà nello svolgimento della gestione dal momento che i pagamenti generati dal sostenimento dei costi risultano più elevati degli incassi derivanti dai ricavi. Ma difficoltà analoghe si incontrano nelle aziende che abbisognano di anticipare di molto i costi prima di conseguire i ricavi: si pensi alle imprese cantieristiche e impiantistiche i cui lavori si sviluppano per anni, a quelle manifatturiere con combinazioni ad alta intensità di capitale, ma anche a quelle imprese che, per ragioni di mercato, devono anticipare la produzione, creando elevate giacenze che saranno poi utilizzate nel periodo di punta delle vendite.

Tali difficoltà sono essenzialmente di carattere monetario e finanziario, poiché un temporaneo, o comunque limitato, rapporto sfavorevole tra costi e ricavi e i relativi flussi monetari si traduce in un accresciuto fabbisogno finanziario. Sarà compito della gestione finanziaria per l'appunto ricercare la copertura di tale fabbisogno, provvedendo alla raccolta dei mezzi finanziari con vincolo di credito sufficienti per consentire lo svolgimento dell'azienda. Nei casi di più forte squilibrio si rendono necessari interventi istituzionali di adeguamento del capitale proprio.

La gestione finanziaria gioca così da volano, da cuscinetto tra la dinamica reddituale e la dinamica monetaria, compensando i periodi in cui si determinano squilibri monetari con quelli in cui si manifestano eccedenze di cassa. E' quindi il fluire del tempo l'elemento cruciale che determina e giustifica la necessità di considerare attentamente il rispetto dell'equilibrio monetario.

Tale vincolo, in particolari condizioni di gestione, può spingere l'azienda a ricorrere in misura eccessiva all'indebitamento pregiudicando (specie quando il capitale di rischio non è proporzionato al capitale di prestito) il suo equilibrio reddituale e la sua stessa sopravvivenza. La pratica offre numerosi esempi di imprese che sono andate in dissesto per questi motivi.

Da ciò deriva che tale vincolo va rispettato considerando attentamente i suoi riflessi sull'equilibrio reddituale. Si tratta quindi di ricercare tali equilibri in modo simultaneo.

I giudizi di economicità sono complessi non solo per le numerose condizioni che simultaneamente devono esser rispettate ma anche e soprattutto perché essi sono incerti e rischiosi dal momento che investono il futuro svolgersi delle operazioni. In un ambiente dinamico e mutevole, la dimensione rischio, intesa come volatilità dei flussi reddituali, è di fondamentale importanza in queste valutazioni.

A conclusione, sintetizziamo nella tavola 9.3 il percorso che permette di formulare il giudizio di economicità con riguardo alle aziende dì produzione.

A corredo di quanto fin qui esposto sul principio di economicità è opportuno chiedersi se tale principio si identifica con il criterio della massimizzazione del "profitto" che la dottrina economica accoglie come fondamento delle posizioni di equilibrio nella teoria dell'impresa.

L'assidua e attenta osservazione della realtà che è il metodo impiegato dall'economia aziendale conferma che l'adeguatezza di tale criterio appare non verificabile.

Le imprese sono istituti economici in cui convergono interessi molteplici, da quelli istituzionali (capitale- risparmio e lavoro) a quelli condizionanti, ed esse non "potrebbero durevolmente prosperare come sistema angustamente concepito in funzione soltanto del profitto" . Come si è cercato di chiarire nelle pagine precedenti, il principio di economicità non si identifica con un criterio massimizzante, limitato e rivolto esclusivamente ad una classe di soggetti, quelli conferenti capitale proprio. In realtà, esso si traduce nel rispetto simultaneo delle condizioni favorevoli al durevole mantenimento e allo sviluppo dell'azienda, intesa come mezzo per conseguire i complessi fini di istituto. Anche gli stessi conferenti di capitale proprio più che dagli alti profitti sono attratti da prospettive di rimunerazioni durevoli e di solidi e interessanti sviluppi.

Un nostro chiaro Autore scriveva al riguardo: "La non effimera prosperità dell'impresa, pur tenuta a operare nel mercato secondo criteri di economicità aziendale, esige, non già la massimizzazione di un solo elemento, quale il profitto, ma la realizzazione di massimi simultanei progressivi, per quanto riguarda salari, dividendi e autofinanziamenti, dinamicamente insieme combinati e opportunamente contenuti al fine del loro mutuo rafforzamento, pur praticando - per i prodotti forniti dall'impresa - prezzi idonei a sostenere e a dilatare la domanda".

La massimizzazione del "profitto" è quindi uno schema semplificato della condotta delle imprese che una disciplina come l'economia aziendale ancorata alla realtà e volta a produrre proposizioni aventi valore normativo anche se non assoluto, non può pienamente accogliere. Esso può essere solo una prima approssimazione, "un punto di partenza, dato che se le imprese non realizzano dei profitti, alla lunga dovranno interrompere la produzione".

Tav. 9.3. L'economicità nell'azienda di produzione

CONDIZIONI DA RISPETTARE IN MODO SIMULTANEO

  1. Equilibrio reddituale
    Componenti positivi
    di reddito
     =  Componenti negativi
    di reddito

  2. Livello accettabile di efficienza e di flessibilità

  3. Congruità - secondo livelli accettabili - dei prezzi-costi e dei prezzi-ricavo e in particolare delle:
  4. Equilibrio monetario Con una gestione finanziaria compatibile con l'equilibrio reddituale.


G.Airoldi, G.Brunetti, V.Coda, "Economia Aziendale", Il Mulino, Bologna, 1995, pp.173-189.